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domenica, 22 novembre 2009

I RAGAZZI PERDUTI DEL SUDAN

Questa non è una recensione, questo è un accorato invito a leggere un libro che racconta una storia purtroppo vera, e per questo tutti dovremmo conoscere. Prima di leggere Erano solo ragazzi in cammino, autobiografia di Valentino Achak Deng, di Dave Eggers (Strade Blu-Mondadori 2007), io non sapevo nulla della guerra civile sudanese, se non quel poco appreso da giornali e televisione, e confuso con il successivo e più noto genocidio del Darfur. Non sapevo che migliaia di ragazzini, come Valentino Achak, erano scappati dai loro villaggi del sud, attaccati dai murahaleen, mercenari arabi a cavallo assoldati dal governo islamico di Khartum per sterminare la tribù Dinka, e avevano attraversato scalzi la foresta affrontando pericoli di ogni genere, in cammino verso una possibile salvezza sempre rimandata. Non sapevo che Valentino Achak, e con lui tutti i Ragazzi Perduti del Sudan, oltre a sfuggire alla guerra civile, nel corso del lungo cammino verso l'Etiopia, prima tappa da cui poi verranno cacciati con violenza, e poi verso il Kenya, nel campo profughi di Kakuma, furono sottoposti agli attacchi dei leoni, delle iene, dei predoni, dei governativi, delle mine, della fame, del buio, della follia, dei coccodrilli affamati di esseri umani in fuga, sotto il fuoco di cecchini. E una volta in salvo, in Kenya, dovevano  anche sfuggire al precoce arruolamento nell'Esercito di liberazione nazionale, che usava metodi altrettanto violenti per convincere i Ragazzi Perduti, orfani o presunti tali, a imbracciare i fucili per diventare soldati bambini assetati di sangue. 
Valentino, dopo dieci anni di vita durissima nel campo profughi ONU di Kakuma, che in kenyota significa da nessuna parte, riesce a partire per gli Stati Uniti, dove molti altri ragazzi del campo sono stati accolti, assurdamente proprio l'11 settembre 2001. La guerra e la violenza insensata che immaginava di essersi lasciato alle spalle sembrano seguirlo.
Il libro inizia con un altro tipo di violenza, l'aggressione per furto subita da Valentino nella sua casa di Atlanta. Quando si sveglia dal colpo ricevuto è legato, sorvegliato da un ragazzino, forse il figlio della coppia, a cui immagina di raccontare la sua terribile storia. 

"Per qualche ragione sono sicuro che quel bambino seduto davanti alla mia tivù con una Fanta in mano non abbia la minima idea di quello che ho visto in Africa. Non che me lo aspetti, né gliene faccio una colpa. Io stesso ero parecchio più grande di lui quando mi resi conto la prima volta che c'era un mondo oltre al Sudan meridionale, e che esisteva l'oceano. [...] Al  mio arrivo in questo paese raccontavo storie silenziose. Le raccontavo alla gente che aveva commesso un torto nei miei confronti. Se qualcuno mi passava davanti in una coda, se qualcuno mi ignorava, mi urtava o  mi spingeva, io li fissavo senza distogliere lo sguardo, sibilando storie silenziose.Tu non capisci, gli dicevo, non aggiungeresti altra sofferenza alla mia vita se sapessi che cosa ho visto io. E fino a che quella persona non spariva dalla mia vista, le raccontavo di Deng, morto dopo aver mangiato carne cruda di elefante, o di Ahok e Awach Ugieth, gemelle rapite dagli arabi a cavallo e che, se sono vive oggi, avranno messo al mondo i figli degli uomini che le hanno portate via o di quelli a cui sono state vendute. Ce l'hai una vaga idea? Quelle bambine innocenti probabilmente non si ricordano più di me o del nostro villaggio o di chi le ha messe al mondo. Queste storie emanano da me in ogni istante di vita e di respiro, e voglio che tutti le ascoltino. La parola scritta è rara nei piccoli villaggi come i miei e inviare le mie storie nel mondo, anche così silenziose e inermi, è per me un diritto e un obbligo."

Un obbligo, un dovere, è leggere la storia di Valentino Achak attraverso le limpide parole di Eggers. Per riflettere ancora una volta sull'insensatezza della guerra, e delle violenze di ogni genere. Per non trincerarsi dietro la scusa dell'ignoranza. Della lontananza. Valentino Achak Deng è nella foresta sudanese, nel deserto polveroso kenyota, nei fiumi bagnati di sangue al confine con l'Etiopia, negli Stati Uniti, e qui.

scritto da: giorgi alle ore 20:42 | link | commenti
categorie: libri, storie, sudan, guerra
mercoledì, 18 novembre 2009

LA RETE

Ho ripercorso le tappe fondamentali del blog seguendo il filo dei post dedicati alla riflessione sulla comunicazione con le mie "simili", le amiche di battaglia che capitavano qui in modo più o meno consapevole, scoprendo che certe cose si possono raccontare, che di cancro non devono parlare solo i medici nei loro congressi, in televisione, negli ospedali dove veniamo curate, ma è possibile, e necessario, avere uno spazio narrativo dedicato alla nostra esperienza. Uno spazio entro cui essere protagoniste assolute, con la nostra voce e con il nostro linguaggio, infrangendo tabù e consuetudini che portano, più o meno consapevolmente, a preferire il silenzio e l'occultamento alla parola - nelle sue declinazioni più varie - e alla esibizione delle proprie condizioni.

L'evoluzione di quello che accadeva qualche anno fa, quando mi arrivavano mail, messaggi privati, commenti talvolta anonimi, di persone che trovavano in queste pagine un po' di conforto e l'incoraggiamento a trasformare il ruolo passivo di paziente in qualcosa di più potente e autorevole, è la moltiplicazione di blog aperti con l'intenzione esplicita di raccontare sfrontatamente il cancro, blog che hanno iniziato ad interloquire uno con l'altro, in modo paretitetico, tessendo ogni giorno i fili di una grande rete protettiva e accogliente.

Ne abbiamo fatta di strada.


scritto da: giorgi alle ore 16:56 | link | commenti (11)
categorie: blog, comunicazione, cancro, nella battaglia, amiche di battaglia
lunedì, 16 novembre 2009

LA DIFFERENZA

Non posso sfatare il mito di Milano città sempre grigia e piovigginosa. Era grigia e piovigginosa. Però è stato bello. E mi è piaciuto alloggiare a Sesto San Giovanni, il Comune delle fabbriche - oggi dismesse e ristrutturate - dove, tanto per capirci, ci sono tanti asili nido quanti quelli presenti nell'intera Sicilia e mangiare la sera a casa di E. e della sua deliziosa famigliola. Abbiamo fatto un po' di cultura, tra Duomo, Bramante a Santa Maria delle Grazie, la mostra del Codice Atlantico di Leonardo, Sant'Ambrogio e tentativi falliti di visitare la Pinacoteca Ambrosiana e il Cenacolo di Leonardo.

Ma, soprattutto, siamo andati a vedere la partita di rugby...

Ho capito cosa significavano 80.000 persone dirette a San Siro quando ci sono passati davanti i treni della metro pieni da scoppiare. Quando finalmente siamo arrivati all'appuntamento l'E. ha faticato non poco a tenere le fila della ventina di persone a cui doveva consegnare il prezioso biglietto. Però ce l'ha fatta, e così con tutto il gruppone abbiamo varcato i cancelli e abbiamo raggiunto gli ultimi posti disponibili del nostro settore: alti, un po' angolari, ma proprio per questo il colpo d'occhio su campo e spalti era perfetto.

L'entrata in campo delle squadre è stata accolta da un boato, gli 80.000 hanno cantato e applaudito l'inno di Mameli ma poi un silenzio irreale è sceso al momento della Haka, durata pochi emozionanti secondi, e conclusa con l'urlo finale e ancora un boato dagli spettatori. Non l'ho vista meglio di quanto si possa vedere in televisione, o su youtube, ma l'atmosfera che si respirava era tutta un'altra cosa.

Continuo a non capirci granché di "touche", di come funziona la mischia e cosa succede all'ovale quando è sotto la massa compatta di omaccioni che si fronteggiano. Però mi sono accorta pure io che gli Azzurri stavano giocando bene e che in quei dieci minuti finali di mischia a due metri dall'area degli All Blacks, l'arbitro avrebbe dovuto comandare una meta tecnica. Veramente io, chiedendo lumi a Sten su quello che stava succedendo, l'ho ribattezzata meta d'onore... Sì, ho detto proprio così: "Ma Sten, non potrebbero dargli una meta d'onore?" Lui si è messo a ridere, mentre i fischi inevitabilmente investivano l'ennesima ostruzione dei neozelandesi e orami tutti intorno a noi, a partire da E., invocavano la meta tecnica.

Però, e qui sta il miracolo del rugby, l'arbitro ha fischiato la fine del match, e immediatamente gli 80.000, anche se con un filo di disappunto per la cattiva scelta arbitrale, hanno applaudito ancora e ancora. 

Ve lo immaginate in uno stadio di calcio cosa sarebbe successo?


scritto da: giorgi alle ore 17:31 | link | commenti (5)
categorie: rugby
giovedì, 12 novembre 2009

HAKA!

Domani ce ne andiamo a Milano per la partitona di rugby che ci sarà sabato al San Siro, Italia-All Blacks. Sten è in fibrillazione, io sono soprattutto molto curiosa di vedere dal vivo la Haka, quella danza Maori che i neozelandesi fanno prima di ogni incontro.

Statemi bene 


scritto da: giorgi alle ore 19:00 | link | commenti (10)
categorie: rugby
mercoledì, 11 novembre 2009

SCHIARITE

Le cupezze novembrine le sento già dissolte. Il tempo aiuta e ieri sono rimasta per strada naso in sù a guardare il cielo terso al crepuscolo attraversato da stormi di storni in evoluzione. Tra qualche giorno mi tocca la puntura, ma il picco di rabbiosità ormonale mi pare scavallato. Che poi di novembre, prima del famigerato '99, mi sono successe anche tante cose belle: Sten. La laurea. La firma del contratto di lavoro a tempo indeterminato pochi giorni prima che nascesse Lula. (Pure lei è stata lì lì per nascere di novembre...) L'apertura del blog.
In fondo dovrei proprio volergli bene. (Perché ad essere precisi, sia nel 1999 che nel 2005 novembre ha segnato il momento in cui iniziavo a liberarmi di qualcosa che già c'era.)
Ecco.



scritto da: giorgi alle ore 20:18 | link | commenti (2)
categorie: ricordi, ricorrenze
lunedì, 09 novembre 2009

9/11/1999-9/11/2009 IL DECENNALE

Dieci anni. Inutile girarci intorno, quel 9 novembre di dieci anni fa ha segnato indelebilmente la mia anima, anche se è stato il corpo a ricevere un colpo ferale.

Non è un decennale puro, come sarebbe stato se quattro anni fa i controlli di novembre fossero andati bene, tanto da poter finalmente esaudire quel desiderio che il cancro mi aveva costretto ad accantonare: avere un altro figlio e arrivare fin qui senza brutte sorprese.

Oggi mi sarei considerata veramente una che l’ha sfangata alla grande.

Ma il decennale non è puro, il conto degli anni è dovuto ripartire da zero quando è arrivato il secondo inaspettato assalto, un colpo quasi letale al corpo che ha fatto riaprire la ferita dell’anima. Il conto degli anni che passano, dieci, oppure sei più quattro, è un conto che fa male e che fa bene. Ogni anno che passa mi dico eccomi qui, ho vinto io. Ogni anno che passa mi ricordo che non sono più libera di pensare alla vita con l’ottimismo di un tempo e con un corpo interamente mio e naturalmente soggetto al fluire del tempo.

Il mio corpo non è più come avrebbe dovuto essere. Nel mio corpo può vivere ancora una “cellula dormiente” pronta a scatenare un altro attacco.

Ma per favore, non essere così pessimista! Mi rimprovera quell'antica me incapace di prevedere il male. Quell'antica me ridotta a un lumicino perché la nuova il male l'ha dovuto fronteggiare. E ora sa, ha vissuto le nefandezze di cui è capace una cellula dormiente che all'improvviso si risveglia, alla faccia delle statistiche e degli ottimistici furori. 

Non sono poi così pessimista, è che sarebbe da sciocchi abbandonarsi a scene di esultanza.

Quindi festeggio questi dieci anni (6 + 4) di assalti e vittoriose battaglie, ma con la coscienza di vivere una vita da eterna funambola, in bilico sul cavo teso nel vuoto, decisa a raggiungere passo dopo passo, anno dopo anno, l’altra parte. Senza mai cadere.

Per camminare su una corda tesa si ha certamente bisogno del corpo, ma prima di tutto è necessario generare una sorprendente energia di solidità e di fede: bisogna credere. Quando sono sulla fune, quando, dopo aver afferrato la mia asta da equilibrista, sono pronto a partire, devo sapere in anticipo, prima di fare il primo passo, che arriverò dall'altra parte. Se non lo sapessi, fuggirei via perché sarebbe terrificante. Questa è fede. Forse è una fede religiosa: di certo ha a che fare con la mente. La mia filosofia è di avere un'idea, un progetto, impegnare la mia mente in qualcosa e poi coinvolgere il corpo, tirandolo per una manica. Il corpo seguirà la mente. (Philippe Petit, “Credere nel vuoto”, Bollati Boringhieri 2008)

E buon compleanno al dottor Zeta, lui sì che ha un bella cifra tonda da festeggiare…


scritto da: giorgi alle ore 08:27 | link | commenti (17)
categorie: ricorrenze, cancro, nella battaglia
sabato, 07 novembre 2009

NIENTE DA FARE

Mentre rimestavo il risotto sotto l'occhio vigile del dottor Zeta abbiamo affrontato la questione dell'opportunità o meno di proseguire la terapia con l'Enantone. La sostanza è che gli effetti fastidiosi della puntura trimestrale sono gli stessi di una naturale sindrome da menopausa e che potrei smettere le punture ipotizzando che le mestruazioni ormai non mi torneranno più. Ma  visto che devo per forza essere in menopausa perché il Femara (la pasticchetta quotidiana a base di Letrazolo, inibitore dell'aromatasi) sia efficace, che lo sia artificialmente o naturalmente i fastidi sarebbero gli stessi.

"E quindi prosegui", ha concluso mandando giù un sorso di prosecco.

I rispettivi coniugi altoatesini ci aspettavano di là, pronti per mangiare il risotto e l'ottima mozzarella di bufala. Appreso il responso Sten ha alzato gli occhi al cielo, consapevole che il periodaccio non sarebbe terminato.


scritto da: giorgi alle ore 16:55 | link | commenti (6)
categorie: cancro, nella battaglia, terapia ormonale
giovedì, 05 novembre 2009

IL CARCERE CHE UCCIDE

Della storia di Stefano Cucchi, morto mentre era detenuto per qualche grammo di droga, per fortuna si parla, e spero si continui a parlare finché non si saprà la verità su quello che è accaduto in quei sei giorni tra l'arresto e la morte nella sezione carceria dell'ospedale Pertini. Di Aldo Bianzino e di sua moglie Roberta Radici invece hanno raccontato le Iene martedì sera. Ed è un'altra vicenda inaccettabile, scandalosa. Che è giusto diffondere, anche e soprattutto per Rudra, un ragazzo di sedici anni che è rimasto orfano dei genitori per colpa di qualche piantina di marijuana coltivata dal padre. Per uso personale. In un luogo sperduto sull'Appennino umbro.

 


scritto da: giorgi alle ore 19:11 | link | commenti (4)
categorie: giustizia, aldo bianzino carcere

5

Ieri ho dimenticato di festeggiarmi e festeggiarlo. Il blog compiva ben 5 anni. Un lustro. E gli voglio sempre più bene, anche quando lo trascuro.

[sulla ricorrenza di oggi invece stendo un velo...]


scritto da: giorgi alle ore 09:20 | link | commenti (9)
categorie: blog
mercoledì, 04 novembre 2009

OSSA

Le mie ossette resistono bene: la MOC ha rilevato solo una lievissima, irrilevante secondo Zeta, osteopenia. Vado a farmi una tazza di tè verde.


scritto da: giorgi alle ore 17:22 | link | commenti (2)
categorie: cancro, nella battaglia, terapia ormonale