Ho ripercorso le tappe fondamentali del blog seguendo il filo dei post dedicati alla riflessione sulla comunicazione con le mie "simili", le amiche di battaglia che capitavano qui in modo più o meno consapevole, scoprendo che certe cose si possono raccontare, che di cancro non devono parlare solo i medici nei loro congressi, in televisione, negli ospedali dove veniamo curate, ma è possibile, e necessario, avere uno spazio narrativo dedicato alla nostra esperienza. Uno spazio entro cui essere protagoniste assolute, con la nostra voce e con il nostro linguaggio, infrangendo tabù e consuetudini che portano, più o meno consapevolmente, a preferire il silenzio e l'occultamento alla parola - nelle sue declinazioni più varie - e alla esibizione delle proprie condizioni.
L'evoluzione di quello che accadeva qualche anno fa, quando mi arrivavano mail, messaggi privati, commenti talvolta anonimi, di persone che trovavano in queste pagine un po' di conforto e l'incoraggiamento a trasformare il ruolo passivo di paziente in qualcosa di più potente e autorevole, è la moltiplicazione di blog aperti con l'intenzione esplicita di raccontare sfrontatamente il cancro, blog che hanno iniziato ad interloquire uno con l'altro, in modo paretitetico, tessendo ogni giorno i fili di una grande rete protettiva e accogliente.
Ne abbiamo fatta di strada.
Non posso sfatare il mito di Milano città sempre grigia e piovigginosa. Era grigia e piovigginosa. Però è stato bello. E mi è piaciuto alloggiare a Sesto San Giovanni, il Comune delle fabbriche - oggi dismesse e ristrutturate - dove, tanto per capirci, ci sono tanti asili nido quanti quelli presenti nell'intera Sicilia e mangiare la sera a casa di E. e della sua deliziosa famigliola. Abbiamo fatto un po' di cultura, tra Duomo, Bramante a Santa Maria delle Grazie, la mostra del Codice Atlantico di Leonardo, Sant'Ambrogio e tentativi falliti di visitare la Pinacoteca Ambrosiana e il Cenacolo di Leonardo.
Ma, soprattutto, siamo andati a vedere la partita di rugby...
Ho capito cosa significavano 80.000 persone dirette a San Siro quando ci sono passati davanti i treni della metro pieni da scoppiare. Quando finalmente siamo arrivati all'appuntamento l'E. ha faticato non poco a tenere le fila della ventina di persone a cui doveva consegnare il prezioso biglietto. Però ce l'ha fatta, e così con tutto il gruppone abbiamo varcato i cancelli e abbiamo raggiunto gli ultimi posti disponibili del nostro settore: alti, un po' angolari, ma proprio per questo il colpo d'occhio su campo e spalti era perfetto.
L'entrata in campo delle squadre è stata accolta da un boato, gli 80.000 hanno cantato e applaudito l'inno di Mameli ma poi un silenzio irreale è sceso al momento della Haka, durata pochi emozionanti secondi, e conclusa con l'urlo finale e ancora un boato dagli spettatori. Non l'ho vista meglio di quanto si possa vedere in televisione, o su youtube, ma l'atmosfera che si respirava era tutta un'altra cosa.
Continuo a non capirci granché di "touche", di come funziona la mischia e cosa succede all'ovale quando è sotto la massa compatta di omaccioni che si fronteggiano. Però mi sono accorta pure io che gli Azzurri stavano giocando bene e che in quei dieci minuti finali di mischia a due metri dall'area degli All Blacks, l'arbitro avrebbe dovuto comandare una meta tecnica. Veramente io, chiedendo lumi a Sten su quello che stava succedendo, l'ho ribattezzata meta d'onore... Sì, ho detto proprio così: "Ma Sten, non potrebbero dargli una meta d'onore?" Lui si è messo a ridere, mentre i fischi inevitabilmente investivano l'ennesima ostruzione dei neozelandesi e orami tutti intorno a noi, a partire da E., invocavano la meta tecnica.
Però, e qui sta il miracolo del rugby, l'arbitro ha fischiato la fine del match, e immediatamente gli 80.000, anche se con un filo di disappunto per la cattiva scelta arbitrale, hanno applaudito ancora e ancora.
Ve lo immaginate in uno stadio di calcio cosa sarebbe successo?
Domani ce ne andiamo a Milano per la partitona di rugby che ci sarà sabato al San Siro, Italia-All Blacks. Sten è in fibrillazione, io sono soprattutto molto curiosa di vedere dal vivo la Haka, quella danza Maori che i neozelandesi fanno prima di ogni incontro.
Statemi bene
Le cupezze novembrine le sento già dissolte. Il tempo aiuta e ieri sono rimasta per strada naso in sù a guardare il cielo terso al crepuscolo attraversato da stormi di storni in evoluzione. Tra qualche giorno mi tocca la puntura, ma il picco di rabbiosità ormonale mi pare scavallato. Che poi di novembre, prima del famigerato '99, mi sono successe anche tante cose belle: Sten. La laurea. La firma del contratto di lavoro a tempo indeterminato pochi giorni prima che nascesse Lula. (Pure lei è stata lì lì per nascere di novembre...) L'apertura del blog.
In fondo dovrei proprio volergli bene. (Perché ad essere precisi, sia nel 1999 che nel 2005 novembre ha segnato il momento in cui iniziavo a liberarmi di qualcosa che già c'era.)
Ecco.
Dieci anni. Inutile girarci intorno, quel 9 novembre di dieci anni fa ha segnato indelebilmente la mia anima, anche se è stato il corpo a ricevere un colpo ferale.
Non è un decennale puro, come sarebbe stato se quattro anni fa i controlli di novembre fossero andati bene, tanto da poter finalmente esaudire quel desiderio che il cancro mi aveva costretto ad accantonare: avere un altro figlio e arrivare fin qui senza brutte sorprese.
Oggi mi sarei considerata veramente una che l’ha sfangata alla grande.
Ma il decennale non è puro, il conto degli anni è dovuto ripartire da zero quando è arrivato il secondo inaspettato assalto, un colpo quasi letale al corpo che ha fatto riaprire la ferita dell’anima. Il conto degli anni che passano, dieci, oppure sei più quattro, è un conto che fa male e che fa bene. Ogni anno che passa mi dico eccomi qui, ho vinto io. Ogni anno che passa mi ricordo che non sono più libera di pensare alla vita con l’ottimismo di un tempo e con un corpo interamente mio e naturalmente soggetto al fluire del tempo.
Il mio corpo non è più come avrebbe dovuto essere. Nel mio corpo può vivere ancora una “cellula dormiente” pronta a scatenare un altro attacco.
Ma per favore, non essere così pessimista! Mi rimprovera quell'antica me incapace di prevedere il male. Quell'antica me ridotta a un lumicino perché la nuova il male l'ha dovuto fronteggiare. E ora sa, ha vissuto le nefandezze di cui è capace una cellula dormiente che all'improvviso si risveglia, alla faccia delle statistiche e degli ottimistici furori.
Non sono poi così pessimista, è che sarebbe da sciocchi abbandonarsi a scene di esultanza.
Quindi festeggio questi dieci anni (6 + 4) di assalti e vittoriose battaglie, ma con la coscienza di vivere una vita da eterna funambola, in bilico sul cavo teso nel vuoto, decisa a raggiungere passo dopo passo, anno dopo anno, l’altra parte. Senza mai cadere.
Per camminare su una corda tesa si ha certamente bisogno del corpo, ma prima di tutto è necessario generare una sorprendente energia di solidità e di fede: bisogna credere. Quando sono sulla fune, quando, dopo aver afferrato la mia asta da equilibrista, sono pronto a partire, devo sapere in anticipo, prima di fare il primo passo, che arriverò dall'altra parte. Se non lo sapessi, fuggirei via perché sarebbe terrificante. Questa è fede. Forse è una fede religiosa: di certo ha a che fare con la mente. La mia filosofia è di avere un'idea, un progetto, impegnare la mia mente in qualcosa e poi coinvolgere il corpo, tirandolo per una manica. Il corpo seguirà la mente. (Philippe Petit, “Credere nel vuoto”, Bollati Boringhieri 2008)
E buon compleanno al dottor Zeta, lui sì che ha un bella cifra tonda da festeggiare…
Mentre rimestavo il risotto sotto l'occhio vigile del dottor Zeta abbiamo affrontato la questione dell'opportunità o meno di proseguire la terapia con l'Enantone. La sostanza è che gli effetti fastidiosi della puntura trimestrale sono gli stessi di una naturale sindrome da menopausa e che potrei smettere le punture ipotizzando che le mestruazioni ormai non mi torneranno più. Ma visto che devo per forza essere in menopausa perché il Femara (la pasticchetta quotidiana a base di Letrazolo, inibitore dell'aromatasi) sia efficace, che lo sia artificialmente o naturalmente i fastidi sarebbero gli stessi.
"E quindi prosegui", ha concluso mandando giù un sorso di prosecco.
I rispettivi coniugi altoatesini ci aspettavano di là, pronti per mangiare il risotto e l'ottima mozzarella di bufala. Appreso il responso Sten ha alzato gli occhi al cielo, consapevole che il periodaccio non sarebbe terminato.
Della storia di Stefano Cucchi, morto mentre era detenuto per qualche grammo di droga, per fortuna si parla, e spero si continui a parlare finché non si saprà la verità su quello che è accaduto in quei sei giorni tra l'arresto e la morte nella sezione carceria dell'ospedale Pertini. Di Aldo Bianzino e di sua moglie Roberta Radici invece hanno raccontato le Iene martedì sera. Ed è un'altra vicenda inaccettabile, scandalosa. Che è giusto diffondere, anche e soprattutto per Rudra, un ragazzo di sedici anni che è rimasto orfano dei genitori per colpa di qualche piantina di marijuana coltivata dal padre. Per uso personale. In un luogo sperduto sull'Appennino umbro.
Ieri ho dimenticato di festeggiarmi e festeggiarlo. Il blog compiva ben 5 anni. Un lustro. E gli voglio sempre più bene, anche quando lo trascuro.
[sulla ricorrenza di oggi invece stendo un velo...]
Le mie ossette resistono bene: la MOC ha rilevato solo una lievissima, irrilevante secondo Zeta, osteopenia. Vado a farmi una tazza di tè verde.